1. La manovra finanziaria ha confermato, completando il percorso legislativo dal suo insediamento, la capacità della maggioranza gialloverde di mantenere, se non le promesse fatte al Popolo, la rotta che ha preannunciato prima e durante la campagna elettorale (per quanto svolta su fronti opposti dai due partiti che la compongono) e successivamente nel Contratto di Governo (e nelle precedenti più esplicite scritture provvisorie dello stesso). Contrasto con l’Unione Europea fino al limite della rottura, indifferenza rispetto alle ripercussioni economiche immediate e future, riduzione dei poteri del Parlamento fino al suo soffocamento, limitazione progressiva della libertà di stampa (laddove venga esecitata), riduzione delle garanzie giuridiche dei cittadini fino al limite, facilmente varcabile, della loro trasformazione in sudditi esposti all’arbitrio dello Stato. In sintesi affermazione del Sovranismo nella chiave della democrazia illiberale (Salvini) o della democrazia diretta illiberale (Grillo e Casaleggio e Associati).

2. L’accusa delle opposizioni di aver rinviato di un anno il pettine che dovrà sciogliere i nodi (vedi fra l’altro le clausole di salvaguardia sull’Iva, che potrebbero imporci un salto dal 22% al 25,2 nel 2020 e al 26,5 nel 2021, e sull’aumento delle accise per 400 milioni ciascun anno) sono di per sé vere ma del tutto inconsistenti politicamente. Il governo non ha infatti nessuna intenzione di rispettare quelle clausole. Conta infatti su un rafforzamento dell’Europa sovranista e sull’inversione del processo che ha portato l’Europa oggi a trovarsi isolata fra le grandi potenze (Usa, Cina, Russia) nella difesa del principio di legalità, del mercato aperto e della concorrenza globale. Conta inoltre su un drastico ripensamento dei rapporti con la Russia di Putin, nella prospettiva enunciata da Salvini a Piazza del Popolo di un’Europa dall’Atlantico agli Urali (no, il Generale De Gaulle non c’entra). Di recente la Lega ha rinnovato l’accordo di collaborazione sottoscritto l’anno scorso col partito di Putin, Russia Unita, spedendo la sua delegazione giovanile a Mosca a firmare un analogo contratto con la federazione giovanile di Russia Unita. La nuova Commissione Europea e il nuovo Consiglio non avranno la forza di imporre un bel nulla, confidano i gialloverdi. Infine, come previsto da loro ma anche da noi, il via libera della Commissione Ue rafforza senz’altro la maggioranza in vista delle elezioni Europee. Gli effetti negativi per i singoli e l’economia sono diluiti nel tempo. Quelli positivi, per alcuni, si sentiranno a partire dal 1º aprile (pesce di Tria), giusto nel rush preelettorale.

3. Le opposizioni, appunto. Interventi anche di qualità nell’aula del Senato oggi, molte grida di sdegno, ma assoluta incapacità di elaborare alcuna alternativa di governo. Su Forza Italia caliamo un velo pietoso. La sua opposizione è frenata dalla speranza, del tutto allucinatoria, di ricomporre una maggioranza di governo con la Lega, ed è pressata da destra da un altro partito sovranista e autoproclamatosi seguace di Orban, i Fratelli d’Italia. Nessuna energia, nessuna idea. Solo Berlusconi, che alle Europee spera di raggiungere il 10 per cento.

4. Il Pd invece ha ritrovato una strategia, con Zingaretti. Il programma è semplice e si basa su una svolta politica a U. Siamo stati travolti politicamente e intellettualmente dalla globalizzazione dei mercati, abbiamo deviato dalla nostra storia di tutela dei lavoratori e dei più deboli, abbiamo cercato di sconfiggere le politiche liberiste con politiche superliberiste, ora “si cambia verso”. Il progetto dovrebbe compiersi in due tempi e due mosse. Primo, recuperare quella parte di elettorato di sinistra che si è rivolto in larga parte ai Cinque Stelle e in minuta parte a Leu. Secondo, “sradicare” il Movimento di Grillo dall’abbraccio mortale con l’estrema destra salviniana. È una strategia destinata con ogni probabilità al fallimento, ma è una strategia, che potrebbe mantenere l’elettorato del Pd intorno al 20 per cento. L’antagonista di Zingaretti, Martina è, diciamolo con rispetto, un asino in mezzo ai ciuchi. Non ha seguito personale, conta su un variegato supporto di renziani, ma ha contro, mi par di capire, proprio Renzi che gli ha infilato fra le ruote (o ha consentito accadesse) il bastone della candidatura Giachetti-Ascani, che certamente non danneggerà Zingaretti. Per giunta Martina non sa assolutamente cosa fare del Pd, a differenza di Zingaretti. Quella di Zingaretti sarà comunque un’opposizione a freno tirato, il cui destino dipende da Casaleggio. Auguri.

5. Renzi. Sembra indeciso a tutto e a tutti (a me per primo) ma ammettiamo che non lo sia e che abbia in testa una buona idea, per quanto rischiosa. Renzi attende che il congresso sancisca la nuova segreteria Zingaretti per dichiarare la sua estraneità e incompatibilità con la svolta corbyniana e sandersiana, e soprattutto per l’apertura ai 5 Stelle. A quel punto, e solo a quel punto, annuncerà la nascita di un suo movimento. Per farne cosa resta un enigma. Se vuole rilucidare il suo carisma soccomberà a se stesso. Altrimenti vedremo.

6. Infine noi, quelli che non cediamo all’annunciata fine della democrazia liberale, dello Stato di diritto e delle garanzie e libertà individuali, della libertà economica e di mercato, della collocazione europea e atlantica. Quelli che sarebbero superati dai tempi e dal corso della Storia. Noi per fortuna siamo pro-vax e quindi siamo vaccinati dagli annunci e profezie entusiaste di nuovi modelli di democrazia o nondemocrazia, di decrescita felice o di crescita infelice. Noi sappiamo che i fascisti e i comunisti, comunque mascherati, comunque colorati, di giallo o di verde di rosso o di nero, sono stati e saranno sempre sconfitti dal coraggio di pochi, all’inizio, e dalla verità dei fatti alla fine. Sappiamo anche che il pericolo di non uscire in tempi rapidi da questo incubo illiberale e pauperistico proviene non dalla forza degli avversari ma dalla debolezza dei possibili alleati. Ma per questo vi rinvio al sito di centromotore punto it perché abbiamo già abusato della vostra pazienza. Ma a breve ritorniamo sulla fatidica frase: che fare.

  • 7
  •  
  •  
  •