Si sprecano i consigli al Pd, in previsione del suo congresso, chiamato, questa volta, ad una scelta radicale, fra riformismo e pedagogia dell’intolleranza.

Alesina e Giavazzi, sul Corriere della Sera, propongono la via di una sinistra riformista più liberale, loro dicono liberista, ma su questo sbagliano.

Mercati liberi, più produttività e più salario, merito, lotta alle lobby, meno tasse a chi lavora, sostegno a chi investe, per tornare a spingere sull’ascensore sociale, ampliare gli spazi di libertà di scelta delle persone. Per far fare passi in avanti a chi è partito più indietro. La vera sinistra, dicono.

Il governo del “popolo”, sta facendo il contrario, dicono. Nazionalizzazioni, sussidi e assistenzialismo, no alle grandi opere, meno soldi a Impresa 4.0, che crea lavoro, per darli a chi non lavora, Reddito di Cittadinanza. No al Job Act. Ancora, moralismo e giustizialismo, diffuso umore antimpresa, anti euro e anti Europa. Pedagogia della paura e dell’intolleranza. Aggiungo.

La nuova destra, dicono a sinistra.

Siamo sicuri? Il primo è un profilo possibile di sinistra e il secondo è di destra?

È più complicato! Un profilo di sinistra simile a quello che piace a Giavazzi e Alesina, si presentò, in Italia nel 1982 a Rimini. Palazzetto dello sport, conferenza programmatica del Psi.

La teoria dei Meriti e dei Bisogni.

Bisogna soccorrere chi ha bisogno e premiare chi ha merito. Perché solo il merito e la libertà dal bisogno muovono gli ascensori sociali. Per renderci migliori.

Bene, è sinistra questa? Per il PCI era la nuova destra, “pericolosa per la democrazia”, sosteneva Berlinguer.

Il riformismo è di sinistra? Quando il padre dei riformisti, Filippo Turati, morì, Togliatti scrisse: “il più corrotto, il più spregevole, il più ripugnante, fra tutto gli uomini di sinistra”. Putridi riformisti, si diceva.

I riformisti sono sempre stati odiati, cari Giavazzi e Alesina, soprattutto a sinistra. Roberto Saviano ha scritto, ricordando Turati, che l’odio per i riformisti è il pilastro della demagogia dell’intolleranza.

Il riformismo dopo Turati, è sempre stato minoritario a sinistra. Sino a Craxi. Quando alle feste dell’Unità si serviva la trippa alla Bettino.

Oggi, 25 anni dopo, il vignettista ed ex direttore dell’Unità, Sergio Staino, confessa di provare vergogna per aver gioito quando buttarono le monetine a Craxi. Dice di non aver capito, allora, che quello fosse l’inizio del mondo di oggi. Andrea Romano ha scritto in un bel libro sui ragazzi di Berlinguer, Veltroni e D’Alema, che il giustizialismo, di Tangentopoli e non solo, ha avuto origine nel moralismo di sinistra e ha legittimato anche quello di destra.

Il moralismo diventa giustizialismo, poi populismo.

Come negli anni 20, come sempre, quando sono prevalsi gli estremismi. E l’intolleranza.

Istinti di destra e di sinistra che si mischiano, come in Salvini e in Di Maio. Un po’ Federzoni e Nicolino Bombacci.

Ma torniamo al programma, riformista e liberale, suggerito da Giavazzi al Pd e le opere del governo del popolo. Bel rebus.

Cosa c’è in comune fra le opere e la cultura di fondo gialloverde, sopra descritta, e il programma della Cgil di Camusso e Landini? Quasi tutto. Quasi nulla con la Cgil del riformista Colla, competitor di Landini.

E quali convergenze del programma di Giavazzi o di quello del palazzetto di Rimini di qualche anno fa, con quella sinistra che ormai vota Lega e 5 stelle? Che Bersani ed Emiliano e molti altri, vorrebbero far tornare a casa. Nessuna. Due mondi opposti. Che non possono più stare insieme. Renzi ha ragione su questo.

Francesco Guccini in una intervista al Corriere della Sera ha detto: «io sono tra quelli che non si meravigliano che tante regioni o province rosse siano diventate leghiste. La sinistra italiana è lacerata sin dal congresso di Livorno e, anche quando ha vissuto stagioni migliori, ha sempre avuto una natura autoritaria, direi intollerante. Insomma, quei comunisti che oggi sono leghisti, erano leghisti dentro, solo che non se ne accorgevano». Vale anche per quelli che votano Grillo.

Rincorrerli, significa guardare al passato non al futuro. Non sono compagni che sbagliano. Somigliano a se stessi.

Bel rebus per il congresso del Pd, che è molto importante, anche per chi non è del Pd, per la costruzione dell’alternativa ai populismi. Che non può essere di sinistra, non solo.

È arrivata l’ora di fare una scelta piena, senza più equivoci, fra riformismo e pedagogia dell’intolleranza. Fra gli ultimi governi e il passato.

Non basta demonizzare Renzi per conquistarsi il paradiso.

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