PRESENTAZIONE di “CENTROMOTORE”
Roma, 15 ottobre 2018
Intervento di Lorenzo Infantino

La definizione stessa di liberaldemocrazia contiene già l’idea dell’opposizione, cioè di un fisiologico e imprescindibile controllo, attuato dai governati sui governanti e dalla minoranza sulla maggioranza. Ciò serve per vigilare sulla correttezza delle politiche poste in essere da chi si trova al momento al governo della cosa pubblica. Ed è una conseguenza del fatto che, nelle democrazie liberali, il potere non può essere illimitato: deve essere esercitato nel rispetto delle norme fondamentali stabilite dalle costituzioni e non può essere utilizzato per realizzare un cambiamento di regime, per sovvertire le regole del gioco.

Come ci hanno insegnato i nostri maestri, il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Abbiamo perciò bisogno di promuovere la nascita di una formazione politica in grado di esercitare il controllo sulle forze al governo e di aggregare il consenso di quanti si riconoscono in quel che oggi viene posto pericolosamente in discussione: la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, l’allocazione competitiva delle risorse, l’appartenenza all’Occidente e alle sue storiche alleanze, la cooperazione europea e la moneta unica che sta alla base della stessa cooperazione.

Ci viene ora detto che, voltando le spalle a tutto ciò, si potrà dare al paese un futuro. E tuttavia, come possa creare sviluppo quella tessera annonaria in cui sembra essersi trasformata la promessa di un reddito di cittadinanza, resta un inspiegabile mistero. E la propagandata certezza di avere posti di lavoro attraverso il pensionamento dei più anziani è semplicemente un miserevole inganno. Non ci può essere occupazione per le più giovani generazioni senza crescita della produttività e del prodotto. Se queste variabili non crescono, il risultato può solamente essere la lotta di tutti contro tutti, per ottenere vantaggi a danno degli altri. Si può creare occupazione solo liberando risorse a favore di impieghi innovativi e capaci di vincere le sfide della concorrenza internazionale.

Bisogna qui affrancarsi da un equivoco. Non è colpa dell’Europa e dell’euro se il nostro paese ha smarrito la strada della crescita. L’Unione Europea è un sistema di cooperazione che allarga il fronte delle opportunità. Non le restringe. L’euro, a cui viene imputata la responsabilità di tutti i nostri problemi, è esso stesso uno strumento di cooperazione, che ha posto fine, fra i paesi aderenti, al nazionalismo monetario, la forma più perniciosa di nazionalismo economico. Le vicende avvenute fra le due guerre, ne danno ampia e drammatica prova. D’altronde, se non fosse stata creata una nuova valuta e si fosse invece consentito a ciascun cittadino di decidere liberamente se comprare e vendere in franchi francesi, marchi tedeschi o sterline, la nostra debole lira sarebbe ben presto scomparsa dalle transazioni internazionali e probabilmente anche da quelle nazionali. L’euro non è responsabile della mancata crescita del prodotto complessivo. Esso non ha impedito ad altri paesi di crescere e non ha impedito a regioni della stessa Italia di crescere.

Le narrazioni che ci vengono quotidianamente propinate sono la negazione del principio di realtà. Occorre organizzare un’opposizione capace di formulare un progetto che rispetti le condizioni dello sviluppo e le scelte che per lungo tempo ci hanno consentito di assicurare un futuro alle più giovani generazioni. Gli attori di oggi non hanno patito il sangue che, a causa delle barbare politiche partorite dal nazionalismo, è stato versato nell’ultima guerra mondiale. La loro brama di potere li rende ciechi di fronte alla complessità dei fenomeni sociali e delle terribili conseguenze che possono essere prodotte da un’ignoranza attiva e dalla mancanza del più elementare senso di responsabilità. Un paese che nella sua rinascita ha beneficiato dell’opera di uomini come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi merita certamente governanti migliori di quelli di oggi.

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