L’incapacità di apprendere dagli errori è qualcosa che si ripete in circostanze e latitudini diverse. All’indomani della Grande Depressione, i dazi doganali americani sono stati portati al «livello più alto della storia» di quel paese. E «le borse sono crollate violentemente (…). I mercati e la divisione internazionale del lavoro sono stati artificiosamente manomessi, i consumatori ulteriormente oppressi e l’agricoltura, come anche i settori maggiormente dipendenti dalle esportazioni, sono stati gravemente danneggiati dal conseguente declino del commercio internazionale» (Murray N. Rothbard). Malgrado ciò, molti rimangono oggi estasiati di fronte alle politiche protezionistiche annunciate e praticate da Donald Trump. E anche da noi, nonostante i vantaggi che un paese esportatore come il nostro può trarre, la maggioranza gialloverde si nutre ogni giorno di proclami protezionistici.

Il fatto è che, pure se i suoi risultati sono stati sempre opposti a quelli promessi, il protezionismo sopravvive a ogni smentita e all’indiscutibile circostanza che il nostro benessere e gran parte della nostra civiltà devono essere ascritti a merito del libero scambio, che si è affermato molto lentamente, attraverso la strenua e pervicace azione del “Free Trade Movement”. Solamente nel 1860 è stato adottato dalla Gran Bretagna. Ma non ha mai dominato completamente la scena. Per rendersene conto, è sufficiente rammentare, oltre alle tariffe doganali introdotte dal Presidente Hoover, l’autarchia proclamata e posta in atto, già prima di quei provvedimenti, da vari paesi europei. Sembra che, a dispetto dei benefici che arreca, la libertà di commercio sia un’idea di difficile comprensione. Non sappiamo probabilmente vedere che lo scambio fra individui che vivono in aree politiche diverse è semplicemente la vantaggiosa estensione dello scambio che avviene fra cittadini di uno stesso paese. Proviamo a comprendere.

Scambiare beni e servizi equivale a cooperare. E diamo luogo alla cooperazione per la semplice ragione che nessuno noi è autosufficiente, nessuno può cioè raggiungere le proprie finalità senza la collaborazione di altri. È un gioco a somma positiva: perché lo scambio è un atto volontario, a cui aderiamo solamente se ci porta dei vantaggi. Se così non fosse, la stessa vita sociale sarebbe impossibile o, quantomeno, ridotta al minimo, molto problematica e barbara. Ci troveremmo in una situazione di guerra permanente fra piccoli gruppi, in cui il gioco sarebbe a somma zero. Come ha sottolineato Georg Simmel, la «rapina (… appare) come la forma più primitiva di cambiamento della proprietà, in cui il vantaggio sta tutto da una parte e la perdita tutta dall’altra. Quando, al di là di questo stadio, si sviluppa lo scambio come forma di cambiamento della stessa proprietà (…), siamo di fronte a uno dei più straordinari progressi dell’umanità».

Abbiamo quindi bisogno di scambiare. E ci rivolgiamo anche a produttori che vivono in aree politiche diverse dalla nostra. È così che allarghiamo l’ambito della nostra libertà di scelta; ed è in questo modo che, favorendo lo sviluppo di quelle imprese che meglio soddisfano i nostri bisogni, rendiamo possibile la crescita della produttività e del prodotto.

Ciò è esattamente il contrario di quel che accade allorché i governanti introducono delle tariffe protettive. Queste restringono immediatamente la nostra libertà di scelta. C’impediscono di rivolgerci a chi ci può servire meglio. E ci fanno pagare più del necessario i beni che avremmo potuto ottenere a condizioni più favorevoli. Come dire che il consumatore è chiamato a sostenere imprese inefficienti. E non solo. La “protezione” richiama capitali nel proprio ambito. E l’esito è l’alterazione del meccanismo di allocazione delle risorse. Queste vengono ora attratte da un settore tenuto artificiosamente in piedi. E quando ciò accade, la caduta della produttività, del prodotto e delle ulteriori possibilità di crescita sono il puntuale seguito. Il che non può essere giustificato con i minimi e transitori vantaggi che le tariffe doganali possono procurare a un singolo a un gruppo particolare di persone. Nell’economia di mercato, le posizioni occupate non sono acquisite una volta per tutte. La divisione del lavoro, interna e internazionale, viene sottoposta a un continuo processo di cambiamento. E, se decidiamo di “proteggere” qualcuno dalla concorrenza esterna, addossiamo i relativi costi e i mancati benefici sulle spalle di tutto il resto della popolazione, presente e futura.

Non ci sono pertanto ragioni economiche che giustifichino l’introduzione di tariffe doganali. Ovviamente, i governanti cercano sempre di fornire una maschera economica al loro interventismo. Ma quel che in realtà essi pongono in essere è semplicemente un’operazione tramite cui “acquistano” il consenso di un determinato gruppo sociale. E ciò, in aggiunta a quanto detto, alimenta sul piano interno una generalizzata corsa alla ricerca di “protezioni”, che stravolge le regole dello Stato di diritto e riduce pericolosamente la libertà individuale di scelta; e, sul piano internazionale, ha come conseguenza l’indebolimento o la rottura di ogni tipo di cooperazione. Già nel 1759, Adam Smith scriveva: «La Francia e l’Inghilterra (… non dovrebbero) invidiare la felicità interna e la prosperità dell’altra, la coltivazione delle terre, il progresso delle manifatture, lo sviluppo del commercio, la sicurezza e il numero dei porti, la competenza in tutte le scienze e le arti liberali (…). Questi sono tutti reali miglioramenti del mondo in cui viviamo». È una lezione che dimentichiamo molto spesso, facendo così del male a noi stessi.

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